La battaglia di Lissa
(20 luglio 1866)

La battaglia di Lissa fu uno scontro navale nell’ambito della Terza Guerra di Indipendenza Italiana che si svolse, il 20 luglio 1866, sul Mare Adriatico nelle vicinanze dell’isola omonima (in croato Vis), tra la Marina da Guerra dell’Impero Austriaco e la Regia Marina del Regno d’Italia.
Fu la prima grande battaglia navale in cui vennero impiegate navi a vapore corazzate e l’ultima nella quale vennero eseguite manovre deliberate di speronamento. La battaglia rientrò nella guerra austro-prussiana, in quanto il Regno d’Italia all’epoca era alleato della Prussia, a sua volta in guerra contro l’Impero Austriaco. Il principale obiettivo italiano era quello di conquistare il Veneto sottraendolo all’Austria e scalzare l’egemonia navale austriaca nell’Adriatico.
Le flotte erano composte da un insieme di navi di legno a vela e vapore e di navi corazzate, che combinavano anch’esse vele e motori a vapore.
La flotta italiana, costituita da 12 corazzate e 17 vascelli in legno, superava per numero la flotta austriaca, composta da 7 navi corazzate e 11 in legno. Una sola nave, l’italiana “Affondatore”, aveva i cannoni montati in torri corazzate invece che lungo le fiancate, cioè in bordata. Entrambe le marine mostrarono un’impreparazione più o meno marcata sul piano tecnico, ma in quella italiana, oltre alle deficienze tecniche, vi erano gravissimi problemi di coesione tra i comandanti ed uno scarso addestramento degli equipaggi.
Il Regno d’Italia, allo scopo di conquistare gli ultimi territori della penisola ancora in mano all’Impero Asburgico, aveva stretto un’alleanza militare con la Prussia di Bismarck, che mirava a riunificare gli Stati tedeschi in un’unica nazione sotto la propria leadership, dichiarando guerra all’Austria il 20 giugno 1866.
Il 24 giugno l’esercito austriaco sconfisse quello italiano a Custoza, ma il 3 luglio successivo gli austriaci subirono una devastante sconfitta a Sadowa da parte dei prussiani.
Nel frattempo aveva avuto luogo anche la mobilitazione della flotta. Il 3 maggio 1866 il generale Diego Angioletti, Ministro della Marina italiana, aveva comunicato al contrammiraglio Giovanni Vacca, comandante la “Squadra di Evoluzione” con base a Taranto, che il governo aveva decretato di costituire un’ “Armata d’ Operazioni”, ovvero una flotta da battaglia, articolata su tre squadre e composta la prima da navi corazzate, posta sotto il comando del comandante in capo della flotta, ruolo per cui era stato designato l’ammiraglio Carlo Pellion di Persano, la seconda come squadra sussidiaria composta da navi da guerra in legno, al cui comando sarebbe stato destinato il viceammiraglio Giovan Battista Albini ed una terza squadra d’assedio anch’essa composta da corazzate, al comando della quale sarebbe stato lo stesso Vacca.
Le pirofregate corazzate italiane “Re d’Italia”, “Principe di Carignano”, “San Martino”, “Regina Maria Pia”, la cannoniera corazzata “Palestro”, la pirofregata ad elica “Gaeta” e la nave avviso “Messaggiere” si trovavano a Taranto, mentre le pirocorvette corazzate “Formidabile” e “Terribile”, la pirocorvetta a ruote “Ettore Fieramosca” e la cannoniera ad elica “Confidenza” erano ad Ancona.
Altre unità si trovavano in varie basi italiane e diverse corazzate erano appena state consegnate dai cantieri di costruzione, come l’ “Affondatore“, che, secondo il Times di Londra, sarebbe stato in grado di affondare da solo l’intera flotta austriaca. A Taranto vi era solo una ridotta quantità di carbone, mentre ad Ancona ve n’era una scorta molto più consistente.
Dopo la sua nomina, Persano era giunto ad Ancona il 16 maggio 1866 e si era presto reso conto della situazione di impreparazione della flotta: dal 18 al 23 maggio e poi ancora il 30 maggio aveva più volte informato il ministro della Regia Marina Angioletti dell’impossibilità di approntare l’armata in tempi brevi, poi, non avendo ottenuto nulla, aveva cercato, dopo aver pensato ad eventuali dimissioni, di preparare la flotta nei limiti del possibile, compiendo alcune manovre di squadra. Vacca collaborò alla preparazione della flotta, mentre Albini, ostile a Persano, diede scarsa collaborazione.
L’8 giugno 1866 l’ammiraglio Persano ricevette le prime disposizioni che ordinavano di neutralizzare la flotta austriaca, fare di Ancona la propria base di operazioni in Adriatico e non attaccare Trieste e Venezia.
Non era chiaro chi avrebbe dovuto impartire gli ordini a Persano, se il generale Alfonso Lamarmora, Capo di Stato Maggiore Generale del Regno d’Italia, interessato alle sole operazioni terrestri, oppure il ministro Angioletti.
Il 20 giugno 1866, con l’insediamento del governo Ricasoli, Angioletti fu sostituito nel ruolo di Ministro della Marina da Agostino Depretis, che il giorno stesso ordinò a Persano di spostarsi con la flotta da Taranto ad Ancona; lo stesso giorno anche Lamarmora si limitò ad invitare l’ammiraglio ad entrare nell’Adriatico.
Persano fece accendere le caldaie alle navi in grado di partire ed ordinò che “Formidabile” e “Terribile” lasciassero Ancona e si unissero al resto della flotta nell’Adriatico meridionale, in modo da rafforzare la squadra in mare. La formazione navale lasciò Taranto nella mattinata del 21 giugno 1866, fu raggiunta da “Formidabile” e “Terribile” nelle acque di Manfredonia ed arrivò ad Ancona il 25 giugno di pomeriggio.
La navigazione di trasferimento avvenne ad una velocità di soli cinque nodi per non sforzare troppo le macchine, anche se ciò non eliminò del tutto le avarie.
Dato che il porto di Ancona, peraltro sprovvisto di bacino di carenaggio, era in grado di ricevere solo poche unità, il resto della flotta dovette ormeggiarsi a corpi morti appositamente preparati nella rada, procedendo poi alle operazioni di carbonamento, ostacolato da alcuni incendi scoppiati per autocombustione sulla “Re d’Italia” e sulla “Re di Portogallo”. Fu inoltre stabilito che molte unità in legno avrebbero ceduto parte dei propri cannoni alle corazzate, in modo da dotare queste ultime del maggior numero possibile di moderni cannoni a canna rigata da 160 millimetri. Le unità corazzate “Castelfidardo”, “Regina Maria Pia”, “Re d’Italia”, “Re di Portogallo”, “Principe di Carignano”, “San Martino” e “Varese” ricevettero numerosi cannoni a canna rigata, prelevati da altre unità: la “Principe di Carignano” ricevette 16 cannoni, 8 da ciascuna unità, da “Formidabile” e “Terribile”, mentre la “San Martino”, avendo solo otto pezzi rigati da 160 millimetri, li ricevette dalla pirofregata “Duca di Genova”.
Il 26 giugno 1866 Persano inviò il veloce avviso a ruote “Esploratore” a pattugliare le acque antistanti Ancona.
La flotta italiana era costituita da un gruppo di unità piuttosto eterogeneo, costruite in cantieri diversi, anche all’estero, non poche delle quali afflitte da difetti di varia origine. Le pirocorvette corazzate di costruzione francese “Formidabile” e “Terribile”, progettate come batterie corazzate semoventi (e pertanto concepite per operare in acque costiere e non contro altre navi), erano state trasformate in pirocorvette a costruzione in corso e consegnate con un anno di ritardo, risultando di scadenti qualità nautiche, oltre che dotate di una corazzatura non sufficientemente spessa.
Le pirofregate corazzate “Re d’Italia” e “Re di Portogallo” erano dotate di un potente e moderno armamento composto principalmente da artiglierie a canna rigata, ma avevano gravi punti deboli nella mancanza di protezione del timone, nella corazzatura che proteggeva solo in parte l’opera viva, difetto che si rivelò poi fatale, a Lissa, durante la battaglia, per la “Re d’Italia”, e nell’apparato motore, che in meno di due anni, dal 1864 al 1866, si deteriorò al punto da causare la riduzione della velocità massima da 12 a 8-9 nodi.
Dopo la sua consegna alla Regia Marina, infatti, la “Re d’Italia”, costruita negli Stati Uniti d’America, era rimasta in cantiere per altri quindici mesi per lavori alle caldaie, ed era inoltre risultato che era stata costruita con legno di cattiva qualità, ma la cosa era stata rilevata troppo tardi per rifiutarne la consegna dal cantiere statunitense.
Le due unità della “Classe Palestro”, “Palestro” e “Varese”, erano dotate di corazzatura ma, essendo cannoniere, avevano armamento e velocità troppo contenuti: la “Varese” sviluppava solo 6 nodi, contro i 10 previsti dal progetto, per poter essere impiegate in operazioni di squadra. Solo la parte centrale dello scafo, circa un quarto della sua lunghezza totale, era corazzata, e proiettili e polvere da sparo erano trasportati dai depositi al ponte di batteria attraverso zone della nave prive di protezione.
La “Principe di Carignano” risentiva del fatto di essere stata progettata ed impostata come pirofregata ad elica in legno, per poi essere trasformata in unità corazzata con l’applicazione di piastre di ferro durante la costruzione.
Le quattro pirofregate corazzate della “Classe Regina Maria Pia” erano invece unità di discrete caratteristiche, sostanzialmente alla pari con le unità della Marina austriaca, anche se nemmeno loro esenti da problemi: l’ “Ancona”, ad esempio, sviluppava una velocità massima di 12,5 nodi invece dei 13,5 di progetto.
In sostanza, la mancanza di velocità di molte unità italiane limitava la capacità di reazione in combattimento da parte della squadra, anche perché le unità erano ripartite in divisioni non omogenee per velocità e potenza di fuoco, e a tale fatto si sarebbe potuto ovviare solo con una strettissima disciplina nella manovra, sia nel mantenere la formazione di battaglia, sia nel reagire alle mosse avversarie.
L’ “Affondatore” era una nave molto avveniristica per i suoi tempi, avendo come armamento, invece di 20-30 cannoni disposti in batteria sulle fiancate, due soli cannoni da 254 / 30 millimetri, di notevole calibro per l’epoca, collocati in due torrette girevoli, una a prua e l’altra a poppa. Dopo la consegna, avvenuta con enorme ritardo rispetto ai tempi previsti, l’ “Affondatore” aveva tuttavia posto in evidenza vari problemi: l’apparato motore si era rivelato inadeguato a raggiungere la velocità massima di progetto di 12 nodi, e l’eccessiva lunghezza della nave, di 93,80 metri fuori tutto, rallentava la virata di bordo, facendole compiere un giro troppo ampio; il baricentro, inoltre, risultava troppo elevato, specie quando vi erano a bordo quantità ridotte di carbone e munizioni, e la disposizione delle feritoie della plancia corazzata impediva di avere una visione panoramica della zona circostante: tale difetto pesò nel mancato speronamento, durante la battaglia di Lissa, del pirovascello austriaco “Kaiser”.
Altri problemi derivavano dalla composizione e dalla impreparazione degli stati maggiori e degli equipaggi. Essi provenivano dall’unificazione di marine differenti, principalmente la Marina del Regno di Sardegna e la Real Marina del Regno delle Due Sicilie, nonchè, in misura molto minore, la Marina Granducale di Toscana e la Marina Pontificia, nel cui ambito erano stati privilegiati soprattutto gli ufficiali sardo-piemontesi, cosa che provocò il risentimento degli ufficiali di altra provenienza che si suddividevano in conventicole regionali divise da pesanti rivalità.
Altre divisioni erano di natura linguistica, essendo ancora molto in uso i dialetti regionali, mentre nella k.k. Kriegsmarine, dal 1849, era in vigore come lingua di comando il tedesco, anche se era assai diffuso la lingua franca veneta, parlata dagli equipaggi, composti in gran prevalenza da triestini, croati e dalmati.
Diversi ufficiali italiani, anche di grado elevato, erano valutati non idonei al comando di moderne unità corazzate e, a causa della rapida evoluzione degli apparati motori e delle artiglierie, gran parte del personale, specie tra i macchinisti ed i cannonieri, non aveva una sufficiente preparazione tecnica. La carenza di ufficiali costrinse a richiamare in servizio personale ormai a riposo e a promuovere d’ufficio al grado di guardiamarina 87 allievi dell’Accademia Navale.
Tali problemi, sulle corazzate di recente costruzione, erano amplificati dalla recente consegna: in particolare, il 30 maggio 1866 Persano, dopo aver preso coscienza della situazione della flotta italiana di stanza a Taranto, aveva rilevato che le pirofregate corazzate “Castelfidardo” ed “Ancona” avevano solo un terzo dei sottufficiali previsti, ed un solo cannoniere su 160. La situazione non era di molto migliore sulle unità in legno: la pirofregata “Maria Adelaide” disponeva di 9 cannonieri su 64 previsti. Il personale di macchina delle navi “Palestro”, “Varese” e “Ancona” era ancora costituito da macchinisti francesi del cantiere di costruzione, in quanto ancora in garanzia, e questi non erano ovviamente disponibili ad essere coinvolti in operazioni belliche.
Due unità in legno, la pirofregata “Vittorio Emanuele” e la pirocorvetta “San Giovanni”, risultarono completamente sprovviste di macchinisti, tanto da potersi trasferire da Taranto ad Ancona solo tre giorni dopo il resto della squadra. Ulteriori problemi si manifestarono dopo il trasferimento della flotta ad Ancona, avvenuto tra il 21 ed il 25 giugno: sul “Re d’Italia” e sul “Re di Portogallo” si verificarono incendi provocati dalla autocombustione della polvere di carbone rimasta dalla precedente traversata oceanica dagli Stati Uniti, tanto che sul “Re di Portogallo”, per circoscrivere le fiamme, fu necessario svuotare una stiva carbonaia, provocando un considerevole sbandamento. In occasione della prima uscita in mare contro il nemico, verificatasi il 27 giugno 1866 in seguito ad una ricognizione in forze della flotta austriaca, i macchinisti francesi imbarcati sulla “Palestro” e sulla “Varese” abbandonarono le due unità, dovendo essere sostituiti da personale della nave ospedale “Washington”, mentre sull’ “Ancona” si verificò la defezione del primo macchinista e di tre secondi meccanici, mentre un quarto meccanico rimase a bordo solo con la promessa del dono di un anello di brillanti da parte del comandante dell’unità! Nel giugno 1866 diciotto macchinisti dovettero essere arruolati prelevandoli dalla Regia Marina francese.
Difficili rapporti vi erano infine tra i comandi superiori: entrambi i sottoposti di Persano, il viceammiraglio Giovan Battista Albini e il contrammiraglio Giovanni Vacca erano ostili, sia al loro superiore, sia in aperto contrasto tra di loro. Nessuno degli ammiragli aveva inoltre mai partecipato ad una battaglia navale: Persano ed Albini avevano preso parte unicamente agli assedi di Ancona e Gaeta, operazioni non paragonabili ad uno scontro in mare aperto tra squadre da battaglia, Vacca non aveva preso parte nemmeno ad operazioni di tale genere.
La flotta della k.k. Kriegsmarine era inferiore dal punto di vista numerico e del tonnellaggio complessivo, ma aveva un eccellente amalgama degli equipaggi.
Il fulcro della squadra corazzata da battaglia erano le due nuovissime unità della classe “Erzherzog Ferdinand Max”, la nave omonima (nota anche semplicemente come “Ferdinand Max”) e la “Habsburg”.
Si trattava di fregate corazzate da 5.130 tonnellate di dislocamento che erano state varate tra il 1865 e il 1866 nei cantieri triestini, progettate dall’ingegnere Joseph von Romako. L’armamento delle due navi era leggermente differente, ma i pezzi singoli ad avancarica (16 o secondo altre fonti 18 sulla “Ferdinand Max”, 18 sulla “Habsburg”) della batteria principale, a canna liscia di tipo Armstrong da 18 centimetri con palla da 48 libbre, consentivano una possente bordata complessiva da 384 libbre.
La “Ferdinand Max” avrebbe dovuto essere in origine dotata di due pezzi rigati da 8 pollici, pari a 20,3 centimetri, prodotti dalla prussiana Krupp, ma l’embargo conseguente all’innalzarsi della tensione tra Austria e Prussia ne aveva bloccato la consegna. Le navi erano incomplete dal punto di vista della corazzatura e lo stesso Tegetthoff durante l’approntamento aveva fatto montare in cantiere la corazzatura solo sulla parte anteriore dello scafo della “Ferdinand Max”, oltre a fare aggiungere un piccolo ponte davanti al fumaiolo dal quale dirigere le operazioni di speronamento: l’ammiraglio austriaco riteneva infatti che, mancando dei pezzi pesanti da 8 pollici, l’arma principale e più efficace della sua nave più potente sarebbe stato costituito dallo sperone. Inoltre la “Ferdinand Max” era stata scelta come nave ammiraglia al posto della fregata di legno “Schwarzenberg”, che aveva combattuto nella battaglia di Helgoland del 1864, e che era la preferita da Tegetthoff, perché altrimenti il suo equipaggio avrebbe potuto non avere la dovuta fiducia nel mezzo a causa della sua incompletezza: la presenza dell’ammiraglio doveva così rassicurare tutto l’equipaggio.
Molta cura ed attenzione vennero poste durante le poche settimane che precedettero la battaglia nell’addestramento al tiro, nella manovra e nelle tattiche di combattimento da applicare da parte dei comandanti; Tegetthoff venne più volte sentito ripetere “una volta in battaglia, speronate qualunque cosa pitturata di grigio” facendo riferimento alla colorazione standard delle navi italiane, che si distinguevano dalle navi austriache dipinte invece di nero. Le due pirocorvette corazzate della “Classe Kaiser Max” portavano la stessa batteria principale da 16 cannoni da 48 libbre della “Ferdinand Max” oltre a 15 pezzi ad anima rigata da 24 libbre, mentre l’altra coppia di corvette, varata nel 1861, aveva 10 pezzi da 180 milli centimetri e 48 libbre ad avancarica, oltre a 18 pezzi da 15 centimetri ad avancarica con palla da 24 libbre.
Il comandante della squadra austriaca, Wilhelm von Tegetthoff, era stimato e rispettato dai suoi sottoposti e dal suo stato maggiore e la squadra era in linea di massima con equipaggi al completo; a differenza delle sue controparti italiane.
Lo stesso Tegetthoff, inoltre, poteva vantare una certa esperienza bellica, avendo comandato la squadra austriaca durante la battaglia di Helgoland nel maggio 1864 contro la Danimarca.
Per quanto riguarda il munizionamento, quello italiano era a palle in ferro, palle piene in acciaio ed a granate. Le palle d’acciaio, più pesanti e penetranti di quelle in ferro, erano state distribuite solo all’inizio delle ostilità con la raccomandazione di limitare il loro uso. L’efficacia dei pezzi italiani contro le corazzature austriache limitava la distanza di ingaggio per i pezzi da 80 libbre a 200 metri utilizzando le palle d’acciaio, mentre i pezzi rigati da 40 libbre potevano perforare nelle stese condizioni solo le corazzature di spessore minimo, pari a 10 centimetri. I cannoni lisci da 40 libbre e gli obici erano inutili contro le corazze, ma erano efficaci contro le unità in legno e contro le parti non protette delle navi corazzate, così come i cannoni di calibro maggiore quando usavano palle in ferro o granate.
L’armamento della squadra austriaca era confrontabile con quello italiano: quasi tutti i cannoni erano ad avancarica, alcuni dei quali ad anima rigata, ma la maggior parte ad anima liscia.
Il 24 giugno 1866 il contrammiraglio Wilhelm von Tegetthoff, comandante della squadra navale della k.k. Kriegsmarine, aveva chiesto all’Arciduca Alberto d’Asburgo-Teschen, comandante delle forze austro-ungariche impiegate sul fronte italiano, il permesso di compiere una puntata offensiva sulla sponda italiana dell’Adriatico per verificare l’effettiva presenza delle forze navali italiane, dato che pochi giorni prima l’avviso “Stadion”, inviato al largo di Ancona, non aveva trovato alcuna nave italiana. Avuta nel pomeriggio del 26 giugno risposta positiva da parte dell’Arciduca Alberto, dopo essersi rapidamente consultato con i suoi sottoposti, Tegetthoff salpò immediatamente al comando di una squadra composta dalla pirofregata corazzata “Ferdinand Max”, dalle pirocorvette corazzate “Prinz Eugen”, “Kaiser Max”, “Don Juan de Austria”, “Drache” e “Salamander”, dalla pirofregata in legno ad elica “Schwarzenberg”, dalle pirocannoniere ad elica “Hum”, “Streiter”, “Reka” e “Velebit” e dalle navi avviso a ruote “Stadion” e “Kaiserin Elizabeth”. Quest’ultima procedeva in testa alla formazione che era ripartita su due file.
Tra le quattro e le cinque del mattino del 27 giugno 1866 l’ “Esploratore”, che pattugliava le acque antistanti Ancona, avvistò fumo, al traverso, verso nord / nord-ovest, dove poco dopo fu in vista della formazione austriaca. A causa dell’errata notizia che in Adriatico si trovassero in quel momento anche una squadra navale francese ed una britannica, ambedue neutrali, il capitano di fregata Paolo Orengo, comandante dell’ “Esploratore”, decise di issare la bandiera italiana ed avvicinarsi alla formazione sconosciuta per verificarne l’identità. Giunto nelle vicinanze della “Kaiserin Elizabeth”, la nave avviso italiana venne da questa bombardata: l’unità austriaca, infatti, issò a sua volta la propria bandiera e tirò una bordata contro la nave italiana, ritenendo di aver messo a segno un colpo su una ruota a pale dell’ “Esploratore”, mentre da fonti italiane sembra che la nave non riportasse alcun danno.
Dopo aver risposto al fuoco, l’ “Esploratore” diresse a tutta forza su Ancona per informare l’ammiraglio Persano. Giunto in vista della base, l’avviso segnalò “il nemico dirige su Ancona”, poi si portò accanto alla “Re d’Italia”, ammiraglia di Persano, a bordo della quale si trasferì il comandante Orengo per fare rapporto al comandante in capo. Persano dispose la partenza di tutte le corazzate in grado di prendere il mare, ma problemi di varia natura immobilizzavano l’ “Ancona”, il cui apparato motore era stato smontato ed era in corso di riparazione, la “Principe di Carignano”, la “Formidabile” e la “Terribile” che stavano ancora trasferendo i rispettivi cannoni, la “Re d’Italia”, la “Re di Portogallo”, queste ultime ambedue afflitte da incendi nelle stive carbonaie, la “Palestro” e la “Varese”, a causa della diserzione dei macchinisti francesi.
Quindi solo la “Regina Maria Pia”, la “Castelfidardo” e la “San Martino” poterono immediatamente mollare gli ormeggi, seguite poco dopo dalla “Principe di Carignano”, che era tuttavia sprovvista dei cannoni in batteria. L’ammiraglio Persano, dato che la “Re d’Italia”, era bloccata dagli incendi, dovette trasbordare insieme allo stato maggiore sull’ “Esploratore”. L’avviso defilò quindi lungo la fila delle corazzate, mentre il capitano di vascello D’Amico indicava ad ogni unità, mediante il megafono, la posizione che avrebbero dovuto assumere nella formazione. A tale formazione poterono poi aggiungersi alla spicciolata anche l’ “Ancona”, la “Formidabile”, la “Terribile”, la “Palestro” e la “Varese”.
Verso le 6.30 le due formazioni giunsero in vista reciproca e la “Regina Maria Pia”, in testa alla formazione italiana, si ritrovò ad avere a tiro la “Kaiserin Elizabeth” che Tegetthoff aveva inviato in avanscoperta. La corazzata italiana, però, non aprì il fuoco su ordine di Persano, che temeva che la nave potesse ritrovarsi a scontrarsi da sola con l’intera flotta austriaca.
Essendo oramai sfumata la sorpresa, il contrammiraglio Tegetthoff decise di non dare battaglia e si ritirò. Persano si trasferì sulla “Principe di Carignano”, dove tenne rapporto insieme a Vacca, D’Amico, al capitano di vascello Corrado Jauch, comandante della nave, ed al capitano di fregata Tommaso Bucchia, capo di stato maggiore di Vacca, decidendo alla fine di non inseguire le navi nemiche, viste le precarie condizioni della squadra italiana, che rientrò quindi ad Ancona.
Diversi ufficiali iniziarono a considerare Persano un vigliacco. Questi, nel frattempo, nell’eventualità di una nuova puntata nemica, aveva dislocato al largo di Ancona cinque delle corazzate più veloci, al comando di Vacca, in funzione di sorveglianza ed aveva proseguito ad effettuare manovre di squadra senza però compiere esercitazioni di tiro.
Il 4 luglio 1866 Depretis comunicò a Persano che la flotta avrebbe dovuto mantenere un atteggiamento difensivo, impegnandosi in combattimento unicamente se la vittoria fosse stata certa, ma l’indomani, contrariamenete a quanto dichiarato, il ministro chiese all’ammiraglio quale fosse la situazione della flotta e quando sarebbe potuta partire.
Il brusco cambiamento d’opinione del Depretis era dettato dalle conseguenze della vittoria prussiana di Sadowa sull’esercito austriaco. L’Imperatore austriaco aveva proposto al Regno d’Italia di cedere il Veneto a Napoleone III, che lo avrebbe poi a sua volta ceduto all’Italia, ma, dopo intense discussioni, il governo italiano aveva deciso di rifiutare, volendo conquistare il Veneto con le armi.
Nella serata del 6 luglio 1866 un ufficiale del Ministero della Marina recapitò a Persano l’ordine d’operazioni, firmato il 5 luglio da Depretis. Tali disposizioni ordinavano che la flotta italiana attaccasse quella austriaca in modo da ottenere il controllo dell’Adriatico. In particolare, l’ “Armata d’Operazioni” di Persano, qualora la flotta nemica si fosse divisa tra più basi (Trieste, Pola, Fiume, Lussino, Zara e Castel di Cattaro), si sarebbe dovuta a sua volta dividere in più formazioni che avrebbero dovuto operare il blocco navale di tali porti, rimanendo comunque in contatto in modo da evitare che, se più gruppi di navi austriache si fossero uniti, un singolo gruppo italiano venisse sopraffatto. Gli ordini prevedevano inoltre la conquista di Cherso e la distruzione dello scalo ferroviario di Aurisina (vicino a Trieste) in modo da interrompere le linee ferroviarie che univano Venezia, Trieste e Vienna. Tali ordini non erano però esenti da contraddizioni: lo svolgimento di operazioni come gli attacchi a Cherso ed Aurisina avrebbe disperso la flotta, impedendo uno scontro con forze navali nemiche, le quali peraltro avrebbero potuto evitare il blocco italiano partendo nottetempo.
Alla fine l’ammiraglio Persano acconsentì a salpare, lasciando Ancona l’8 luglio 1866 con la flotta quasi al completo, se si escludevano alcune unità minori, rimaste in porto. L’avviso a ruote “Sirena” venne al contempo inviato ad una ventina di miglia da Ancona, in direzione di Porto San Giorgio (Prilovo) di Lissa, per comunicare l’eventuale uscita in mare delle unità austriache. Persano dava per scontato che Tegetthoff sarebbe stato informato dallo spionaggio austriaco della partenza della flotta italiana da Ancona e pertanto sarebbe uscito da Pola con la propria flotta per raggiungere Ancona all’alba del 9 luglio. Ma, secondo le previsioni di Persano, l’avrebbe trovata sguarnita, in quanto la flotta italiana si sarebbe infatti trovata a circa 40 miglia al largo e quindi non visibile ed avrebbe pertanto proseguito nell’attacco già tentato il 27 giugno.
In quel momento le navi di Persano sarebbero tornate ad Ancona, intrappolando quelle austriache tra la costa e la flotta italiana. Tale piano, tuttavia, non ebbe modo di avverarsi perchè Tegetthoff rimase in porto a Pola, pur essendo stato informato, il 10 luglio, della presenza di navi italiane a 25 miglia da Lissa ed al largo dell’Isola Grossa.
Persano, dopo aver incrociato in Adriatico dall’8 al 12 luglio, procedendo da nord verso sud ed evitando di avvicinarsi alla costa dalmata, rientrò ad Ancona senza aver ottenuto alcun risultato. Questa infruttuosa azione alienò ulteriormente a Persano il favore degli stati maggiori e degli equipaggi, in buona parte sempre più convinti della sua codardia.
Venuto a conoscenza del fallimento del piano di Persano, il ministro Depretis si recò ad Ancona il 13 luglio 1866. Qui parlò dapprima con Persano, poi con Vacca ed Albini, i quali affermarono di essere pronti ad agire, ma che il problema era rappresentato da Persano. Anche D’Amico si dichiarò contrario alla conduzione strategica dell’ammiraglio. A Persano fu comunicato che, non appena l’ “Affondatore” fosse giunto ad Ancona per unirsi all’ “Armata d’ Operazioni”, questa sarebbe dovuta uscire subito in mare per attaccare la flotta e le fortezze austriache. Dopo essere tornato ad Ancona, Depretis parlò con Persano prima il 15 e poi il 16 luglio 1866: l’ammiraglio, dopo aver più volte protestato lamentando l’impreparazione della flotta, convenne infine con Depretis circa l’obiettivo rappresentato dal bombardamento e dall’occupazione dell’isola di Lissa, che ospitava una base navale austriaca difesa da varie batterie costiere e dove viveva una minoranza italiana.
Persano riteneva che, mentre la flotta avrebbe potuto distruggere le fortezze dell’isola, per la sua occupazione sarebbero occorsi almeno 6.000 uomini, ma Depretis, che riteneva la conquista di Lissa un’operazione assai facile, riferì della disponibilità ad Ancona di 600 fanti di marina, mentre per ulteriori truppe si sarebbe dovuto fare richiesta al Regio Esercito. Nella riunione finale, prima della partenza, Vacca si dichiarò favorevole all’azione contro Lissa, mentre Albini affermò la sua contrarietà all’attacco.
Nel primo pomeriggio del 16 luglio 1866 Persano lasciò Ancona con 23 navi, 11 pirovascelli corazzati, 4 pirofregate in legno, 3 pirocorvette, 3 cannoniere, la nave ospedale “Washington” ed un pirotrasporto, mentre l’atteso “Affondatore” non era ancora arrivato.
La spedizione fu organizzata affrettatamente, dato che la flotta italiana mancava totalmente di informazioni e mappe navali, richieste inutilmente da Persano e non era altresì a conoscenza della disposizione e della consistenza delle difese di Lissa.
Le forze italiane disponevano inizialmente solo di 1.500 uomini per attaccare un’isola scoscesa difesa da 2.000 uomini e 93 cannoni al comando del colonnello David Urs de Margina, un romeno della Transilvania. In dettaglio, il presidio austriaco di Lissa era composto da circa 1.200 uomini della 4ª, 9ª, 10ª, 11ª e 12ª compagnia di fanteria di marina, 1.047 uomini del 4º Battaglione del 69º Reggimento di Fanteria “Graf Jelačić”, da poco inviato sull’isola, 562 artiglieri della 3ª e 5ª compagnia di artiglieria costiera, 27 genieri e 44 marinai. Tale forza venne poi ridotta a 1.833 uomini il 12 luglio 1866, quando il 4º Battaglione di Fanteria venne fatto rientrare a Trieste.
A Porto San Giorgio erano situate ben otto batterie, mentre altre due si trovavano sul lato occidentale della baia di porto Comisa ed una batteria, quella di San Vito o di Nadponstranje, era situata a porto Manego, piccolo approdo all’estremità sudorientale dell’isola.
All’interno vi erano altre batterie, quali il forte “Erzherzog Max-Feste”, provvisto di due cannoni corti da 24 libbre e due da 7 libbre che non potevano essere impegnati sul mare.
In mancanza di carte che mostrassero la conformazione e le difese di Lissa, il capitano di vascello italiano D’Amico propose di compiere una ricognizione sotto mentite spoglie, offrendosi al contempo come volontario per tale missione. D’Amico si sarebbe dovuto servire di un bragozzo di cui sarebbe dovuto risultare proprietario, ma il progetto non potè essere messo in atto perchè, al posto del bragozzo di cui era stato previsto l’utilizzo, ne venne rimorchiato per errore da Manfredonia ad Ancona un altro che aveva lo stesso nome, ma era completamente differente, rendendo quindi inutili i documenti che dovevano giustificarne la presenza. D’Amico dovette quindi ripiegare sul veloce avviso a ruote “Messaggiere”, che alle tre del pomeriggio del 16 luglio 1866, al comando del capitano di fregata Giribaldi, lasciò Ancona con bandiera britannica, fatto che tuttavia non servì a mascherarne la vera identità agli occhi dei difensori di Lissa.
Fino al 17 il “Messaggiere” compì brevi ricognizioni nei tre principali porti dell’isola, ovvero porto Manego, porto Comisa e Porto San Giorgio. Per quanto bene eseguite le osservazioni di D’Amico non poterono che essere parziali ed incomplete. D’Amico, riferito a Persano delle difese, affermò di ritenere possibile il successo di un attacco a sorpresa. In base alle informazioni raccolte si decise di attaccare con tre gruppi di navi i principali ancoraggi: porto Comisa, porto Manego e porto San Giorgio. Vennero inviate a nord e a sud dell’isola, in funzione di vedetta, gli avvisi “Esploratore” e “Stella d’ Italia”.
La flottiglia di cannoniere, composta dalle cannoniere ad elica “Montebello”, “Vinzaglio” e “Confidenza”, nonchè dal rimorchiatore “Giglio”, utilizzato come avviso, al comando del capitano di fregata Antonio Sandri e temporaneamente aggregata alla 1ª Squadra, ricevette il compito di tagliare il cavo telegrafico che collegava Lissa ad un’altra isola dalmata, Lèsina, e a Spalato, nonchè di distruggere un semaforo ad asta situato dinanzi alla costa della Dalmazia. Le navi di Sandri salparono poco prima della mezzanotte del 17 luglio 1866, ma, in seguito a problemi derivanti dalla qualità scadente del carbone e dall’insufficiente preparazione del personale di macchina, la flottiglia, procedendo a velocità non superiore a 6 nodi, arrivò nel canale di Lissa all’alba del 18 luglio. Una volta trovato il cavo, il taglio si sarebbe dovuto effettuare entro qualche ora, ma un funzionario austriaco fu inviato sulla “Montebello” per parlamentare, riuscendo a prendere tempo e permettendo quindi ai difensori di dare l’allarme.
Tegetthoff in ogni caso si limitò a chiedere istruzioni a Vienna, che rispose di attendere per essere certi che non si trattasse di una finta; tale errata valutazione della situazione diede agli italiani un paio di giorni di libertà d’ azione. Il delegato austriaco rivelò la posizione del cavo solo nel pomeriggio ed invitò inoltre a pranzo il comandante Sandri, che accettò, tagliando infine il cavo, che era situato presso l’isola di Spalmadora, a nord-ovest di Lèsina, solo verso le sei di sera. Nessuno si preoccupò di avvertire Persano del fatto che la flotta austriaca era stata informata della presenza di quella italiana, pur avendone avuto conferma dallo stesso funzionario austriaco: Persano potè venirlo a sapere solo al ritorno di Sandri, la mattina del 19 luglio 1866.
Dopo la partenza da Ancona, la flotta italiana, navigando a 6 nodi di velocità, diresse dapprima verso Lussino in modo da confondere le idee allo spionaggio nemico, per poi mutare rotta nottetempo e dirigere su Lissa. L’incontro con il “Messaggiere” avvenne nella serata del 17.
Persano stabilì la ripartizione della flotta e il piano d’ attacco: due gruppi di corazzate (la 1ª Squadra) avrebbero attaccato Porto San Giorgio, un gruppo (la 3ª Squadra) Porto Comisa, mentre le navi in legno avrebbero attaccato Porto Manego, sbarcandovi. Nel bombardamento non sarebbero stati impiegati proiettili in acciaio, da risparmiarsi per un eventuale scontro con corazzate austriache.
Verso le 10.30 del 18 luglio, circa mezz’ora dopo essere giunta in vista di Lissa, la parte principale della flotta italiana iniziò l’attacco in base alle disposizioni date da Persano. I comandanti e gli ammiragli avevano ricevuto uno schizzo eseguito da D’Amico per illustrare sommariamente le fortificazioni di Lissa. Intorno all’isola, ai quattro punti cardinali, erano stati inviati gli avvisi “Esploratore”, “Messaggiere”, “Sirena” e “Stella d’Italia”. La 1ª Squadra venne divisa in due formazioni, la prima, al comando di Persano, comprendeva “Re d’Italia”, “Formidabile”, “San Martino” e “Palestro”; la seconda, al comando del capitano di vascello Augusto Riboty, comprendeva “Re di Portogallo”, “Regina Maria Pia”, “Terribile” e “Varese”. Entrambe le squadre attaccarono Porto San Giorgio, l’approdo più fortificato di Lissa, da entrambi i lati, Persano da ovest e Riboty da est. Le navi di Persano e Riboty aprirono il fuoco poco dopo mezzogiorno (secondo altre fonti alle 11.30), continuando fino al tramonto con il rinforzo di quelle di Vacca ed ottenendo buoni risultati.
La sola “Re d’Italia” sparò circa 1.300 colpi. Inizialmente l’attacco si rivelò inefficace, pertanto Persano ordinò al comandante della “Formidabile”, capitano di fregata Simone Pacoret de Saint-Bon, di bombardare Forte San Giorgio da ridotta distanza ed alle 16.00 la “Regina Maria Pia” colpì i depositi di munizioni del forte provocandone l’esplosione, che arrecò danni anche alle fortificazioni situate nelle vicinanze. In precedenza, alle 13:30, la polveriera della Batteria Schmidt fu colpita e saltò in aria, uccidendo 35 uomini e ponendo fuori uso tale fortificazione. Successivamente Persano ordinò che la “Regina Maria Pia” e la “San Martino” entrassero all’interno del porto, ma la “Regina Maria Pia” fu bersagliata d’infilata dalle batterie “Wellington” e “Madonna”, non riuscendo a manovrare per il poco spazio a disposizione, mentre la “San Martino” dovette ritirarsi dopo essere stata colpita più volte e avere subito un principio d’incendio a bordo. Il cannoneggiamento italiano pose infine fuori uso anche la “Torre Bentick”, mentre la “Torre Wellington” e la “Batteria Madonna” non subirono danni talmente gravi da pregiudicarne l’efficienza.
La 2ª Squadra di Albini, composta dalle pirofregate ad elica “Maria Adelaide”, “Vittorio Emanuele”, “Duca di Genova”, “Garibaldi” e “Gaeta” e dalla pirocorvetta ad elica “San Giovanni”, attaccò invece porto Manego, dove avrebbe dovuto avere luogo lo sbarco principale. Le uniche navi ad aprire il fuoco furono l’ammiraglia “Maria Adelaide” e la “Vittorio Emanuele”, che eseguirono una blanda azione di bombardamento contro la batteria San Vito: la “Maria Adelaide” sparò una singola bordata di quattordici pezzi, mentre la “Vittorio Emanuele” sparò un solo colpo con il cannone prodiero da 270 millimetri. Nessun colpo andò a segno, perché le navi erano troppo sotto costa.
Albini convocò poi tutti i comandanti sulla “Maria Adelaide” e, dopo averli consultati, decise di ritirarsi per evitare di sprecare munizioni, decisione che poi giustificò con il ridotto spazio di manovra a disposizione e la presenza di scogli affioranti e di una batteria precedentemente non individuata. Inoltre le fregate in legno, pur disponendo di portelli che consentivano una maggiore elevazione dei cannoni rispetto alle unità corazzate, si erano portate troppo sotto costa per poter colpire efficacemente le batterie avversarie, la cui altitudine fu peraltro sovrastimata.
La 3ª Squadra di Vacca, formata dalle pirofregate corazzate “Principe di Carignano”, “Castelfidardo” ed “Ancona”, fu inviata contro Porto Comisa, dove si sarebbe dovuto svolgere uno sbarco secondario. Le navi di tale gruppo aprirono il fuoco tra le 11.00 e le 11.30 del mattino: la “Principe di Carignano” e la “Castelfidardo” bombardarono la “Batteria Magnaremi”, che aveva aperto il fuoco contro di esse, mentre l’ “Ancona” cannoneggiò la “Batteria Perlic”. La “Principe di Carignano”, in particolare, durante il bombardamento, sparò 116 proiettili, venendo a sua volta colpita tre volte: proseguì nel bombardamento per circa due ore ma senza però ottenere risultati rilevanti:
Vacca affermò in seguito che una batteria austriaca, non individuata nè segnalata da D’Amico, bersagliando l’ingresso che conduceva in rada, aveva impedito l’operazione di sbarco. Il contrammiraglio lamentò inoltre, come l’Albini, l’eccessiva altezza, che aveva tuttavia sovrastimato, delle batterie austriache: in realtà a tale problema si sarebbe ovviato allontanando le navi dalla costa. Terminata l’azione Vacca diresse verso est e raggiunse la 2ª Squadra, che aveva appena cessato il fuoco, e, dopo aver offerto il proprio supporto, rifiutato da Albini, riprese la navigazione ed intorno alle cinque del pomeriggio si unì alla 1ª Squadra nell’azione contro Porto San Giorgio. Alle 17.30 le batterie “Wellington” e “Bentinck” furono danneggiate ma continuarono a rispondere al fuoco, anche se la seconda fu infine ridotta al silenzio. Fu colpita e posta fuori uso anche la “Batteria Macula”, mentre le batterie “Zupparina” e “Madonna” rimasero intatte ed efficienti. Poco più tardi Persano inviò la “San Giovanni”, adibita alla ripetizione dei segnali, a comunicare ad Albini l’ordine che anche la 2ª Squadra si riunisse al resto della flotta.
L’attacco a Lissa si concluse intorno alle sette di sera e quindi l’Armata d’Operazioni si radunò al largo dell’isola. Sulle navi italiane vi erano stati in tutto 7 morti e 41 feriti. Persano rimproverò sia Vacca, per aver interrotto l’attacco a Porto Comisa senza chiedere l’autorizzazione, sia Albini, prima ancora di aver ricevuto tutti i rapporti sulla sua azione.
Tegetthoff, non avendo notizie precise su quanto stava avvenendo e forse temendo una trappola, aveva inviato a Lissa, alle 14.20 del 18 luglio 1866, un messaggio con cui chiedeva che genere di navi stessero attaccando l’isola. Durante la notte le corazzate italiane si tennero a 75 chilometri da Lissa, tra l’isola e la costa dalmata.
A metà mattino del 19 luglio l’Armata d’Operazioni ricevette alcuni rinforzi: giunsero infatti da Ancona, dove erano arrivati il 17 luglio, l’atteso “Affondatore” e la divisione del capitano di vascello Guglielmo Acton, composta dalle pirofregate ad elica “Principe Umberto”, nave di bandiera di Acton e “Carlo Alberto” e dalla pirocorvetta a ruote “Governolo”, che trasportavano una compagnia di fanteria da aggiungere ai reparti da sbarco.
L’ “Affondatore” era stato ordinato al cantiere Mare di Millwall, vicino a Londra, ed era arrivato in ritardo, senza dare il tempo di addestrare l’equipaggio a governare un mezzo tanto moderno. Secondo il “Times” di Londra, sarebbe stato in grado di affondare, da solo, tutta la flotta austriaca.
Ma le cose non andarono così.
Persano decise di ritentare lo sbarco, per la riuscita del quale era necessario completare la distruzione delle fortificazioni di Lissa. Circa la metà dei cannoni di Porto San Giorgio era stata distrutta nell’attacco del 18 luglio, ma una parte di essi era stata rimpiazzata con pezzi prelevati da Porto Manego e da Porto Comisa.
Avendo ricevuto dalla flottiglia di Sandri, frattanto ritornata, l’informazione che Tegetthoff era stato avvertito della presenza delle forze italiane, Persano decise di tenere la 1ª Squadra al largo, con funzioni difensive, e di assegnare alla 2ª ed alla 3ª Squadra il compito di bombardare le fortificazioni esterne di Porto San Giorgio. Le unità della 3ª Squadra ottennero buoni risultati contro tali batterie, che vennero in gran parte distrutte. Di conseguenza, nel pomeriggio, non essendovi segno dell’arrivo di forze navali austriache, Persano distaccò la “Varese” e la “Terribile” per cannoneggiare Porto Comisa. L’ammiraglio ordinò poi che la 2ª Squadra e la flottiglia di cannoniere compissero lo sbarco, per il quale erano a quel punto disponibili tra i 2.000 ed i 2.600 uomini e che sarebbe dovuto avvenire su una spiaggia nei pressi di Porto Carober.
Tuttavia Albini non eseguì lo sbarco, adducendo difficili condizioni che ne avrebbero impedito l’esecuzione. Nuovamente sollecitato da Persano ad eseguire gli ordini e sbarcare in un altro punto, Albini tentò infine uno sbarco intorno alle otto di sera, ma, vedendo le scialuppe colme di truppe destinate allo sbarco bersagliate da un forte tiro di fucileria, ordinò di riprenderle tutte a bordo.
Frattanto Persano aveva disposto anche che la 3ª Divisione di Vacca, composta da “Principe di Carignano”, “Castelfidardo” ed “Ancona”, rinforzata dalla “Formidabile”, si portasse all’interno dell’insenatura di Porto San Giorgio in modo da poter definitivamente annientare le batterie della “Torre Madonna” e della “Torre Wellington” che erano le uniche rimase intatte. Vacca eseguì l’ordine e le quattro corazzate smantellarono con il loro tiro una delle batterie, poi l’ammiraglio, ritenendo che lo spazio fosse troppo ristretto per poter manovrare – valutazione errata in quanto in quello stesso spazio, dopo la battaglia di Lissa, si radunarono senza problemi le 26 unità della flotta austriaca – decise di ritirarsi e portò le tre navi della 3ª Squadra fuori dal porto, lasciandovi la sola “Formidabile”.
Le navi di Vacca tentarono poi una ricognizione a Porto Comisa, tentativo che fu però respinto. Dopo aver inflitto pesanti danni alle batterie austriache, trascorrendo diverse ore ormeggiata a soli 300-400 metri di distanza da esse, senza tuttavia riuscire a distruggerle completamente. La “Formidabile”, ripetutamente colpita dal tiro delle fortificazioni, riportò gravi danni al fumaiolo, alle attrezzature ed alla portelleria, andati pressoché distrutti, mentre la corazzatura non fu però perforata, ebbe inoltre violenti incendi a bordo e gravi perdite, 14 morti e 30 feriti. Uscì dal porto verso le sette di sera. Alcuni cannoni erano andati distrutti ed un proiettile esploso aveva intossicato parecchi uomini. Riunitasi al resto della squadra italiana, la corvetta, che stava anche imbarcando acqua, ebbe i primi soccorsi dapprima da parte del personale sanitario della “Re d’Italia” e poi dalla nave ospedale “Washington”.
Alle otto di sera, conclusa l’azione, Persano radunò la flotta a circa 15 chilometri da Lissa. Nel corso della giornata le navi italiane avevano avuto a bordo complessivamente 16 morti e 114 feriti. La quantità di proiettili sparati variava molto da nave a nave: ad esempio, nel corso dei bombardamenti del 18 e 19 luglio la “Castelfidardo” sparò complessivamente circa 1 000 colpi, la “San Martino” 776, la “Principe Umberto” 80 e la “Terribile” solo 50. Le fortificazioni di Lissa avevano sparato in tutto 2.733 colpi contro le unità italiane, subendo un totale di 26 morti e 68 feriti. L’unica batteria di Porto San Giorgio rimasta illesa era quella detta “Madonna”, mentre le restanti fortificazioni avevano solo otto cannoni ancora in efficienza.
Il 19 luglio, nel frattempo, la flotta austriaca, al comando di Tegetthoff, si era mossa: l’ammiraglio austriaco aveva tenuto rapporto con i comandanti alle 10.30 del mattino ed aveva poi fatto uscire da Fasana l’intera flotta ad eccezione della nave ammiraglia, la “Erzherzog Ferdinand Max”, con la quale salpò a sua volta nel primo pomeriggio, dopo aver ricevuto carta bianca dal Ministro della Guerra, con l’unica restrizione di non attaccare le forze italiane a Lissa se queste stessero compiendo unicamente un’azione secondaria. La flotta austriaca diresse poi verso sud-est alla velocità di 6 nodi.
La sera del 19 luglio 1866, non essendoci ancora stati significativi progressi nell’azione contro Lissa, l’ammiraglio Persano convocò sulla “Re d’Italia” Vacca, Albini, i capi di Stato Maggiore della 2ª e della 3ª Squadra che erano rispettivamente il capitano di vascello Giuseppe Paulucci ed il capitano di fregata Tommaso Bucchia, nonchè D’Amico per la 1ª Squadra ed il maggiore Taffini, comandante delle truppe da sbarco. Venne rilevato che alcune unità stavano iniziando ad avere carenza di carbone e munizioni ed altre soffrivano di avarie di macchina, ma si decise ugualmente di tentare nuovamente lo sbarco il 20 luglio.
Le maggiori incertezze di Persano riguardavano la possibilità dell’arrivo della flotta austriaca. Persano non voleva tuttavia rinunciare all’azione contro Lissa dopo due giornate di bombardamenti. Durante il consiglio di guerra sulla “Re d’Italia”, il capitano di vascello D’Amico aveva proposto di riunire la flotta a Cittanova, sull’isola di Lesina, dove sarebbe stata pronta a reagire ad un eventuale attacco e di richiedere ad Ancona ulteriori rinforzi di truppe ed altro carbone. Vacca propose invece di tornare ad Ancona per rifornirsi, ma tale idea fu respinta da Persano, che riteneva sarebbe stata vista come un fallimento dell’operazione.
Nella notte tra il 19 ed il 20 luglio le condizioni meteomarine peggiorarono, obbligando gli equipaggi, già stanchi dopo due giorni di bombardamenti, a restare ai posti di manovra. Da Ancona giunse tuttavia il trasporto “Piemonte”, con a bordo altri 500 uomini agli ordini del colonnello Maglietta: la consistenza della forza da sbarco era ora compresa tra i 2 500 ed i 3 000 uomini. Persano, sino ad allora rimasto indeciso sul da farsi, decise di ritentare lo sbarco.
All’alba del 20 luglio, pertanto, la 2ª Squadra fu inviata a Porto Carober per effettuare lo sbarco, la 1ª e la 3ª Squadra raggiunsero le acque antistanti Porto San Giorgio, mentre la “Terribile” e la “Varese” furono distaccate per bombardare Porto Comisa.
Nel frattempo, all’alba, l’ “Esploratore”, ancora in servizio di vigilanza, aveva avvistato la squadra del contrammiraglio Tegetthoff, composta da 26 unità, tra cui 7 corazzate, che dirigeva per attaccare la flotta italiana. Senza perdere tempo in un tentativo di identificazione, la nave diresse a tutta forza per raggiungere il resto della flotta al largo di Porto San Giorgio e, alle 7.50, l’avviso, procedendo a tutta velocità da nord, in mezzo ad un violento scroscio di pioggia, raggiunse il gruppo delle corazzate italiane, segnalando “Bastimenti sospetti in direzione ponente-maestro”.
Persano ordinò di interrompere le operazioni di sbarco e diede ordine alle corazzate di radunarsi per la battaglia, assumendo una formazione di linea. Albini, che aveva già iniziato lo sbarco, nonostante gli ordini ricevuti di lasciare alle cannoniere il compito di recuperare le lance già messe in mare, si attardò a recuperarle. Le navi della 2ª Squadra recuperarono una parte di tali imbarcazioni, mentre altre furono prese a rimorchio dalla flottiglia di Sandri: l’interruzione dello sbarco e la ritirata furono però eseguite molto frettolosamente, tanto da abbandonare sulla spiaggia una consistente quantità di materiale, che sarà poi catturato dalle truppe austriache.
La flotta austriaca era organizzata su tre divisioni. La 1ª Divisione, al comando di Tegetthoff, consisteva in 7 navi corazzate (“Erzherzog Ferdinand Max”, “Habsburg”, “Kaiser Max”, “Prinz Eugen”, “Don Juan d’ Austria”, “Drache” e “Salamander”) nonchè dall’avviso “Kaiserin Elisabeth”. La 2ª Divisione, al comando del capitano di vascello Anton von Petz, era composta dal potente, ma obsoleto, vascello di linea “Kaiser” e da 5 pirofregate in legno (“Novara”, “Fürst Felix Schwarzenberg”, “Radetzky”, “Adria” e “Donau”), nonchè dalla pirocorvetta ad elica “Erzherzog Friedrich” e dal piroscafo avviso “Stadion”. La 3ª Divisione, al comando del capitano di fregata Ludwig Eberle, consisteva nelle 7 più piccole cannoniere a elica (“Hum”, “Dalmat”, “Wall”, “Velebich”, “Reka”, “Seehund” e “Streiter”) e di altre unità minori (le scune ad elica “Kerka” e “Narenta” ed il piroscafo a ruote “Andreas Hofer”, usato come avviso). Lo “Stadion” navigava di fronte alla flotta agendo da esploratore. Le tre divisioni erano disposte in tre consecutive formazioni a punta di freccia (o a cuneo, a “V”): la 1ª Divisione corazzata al comando di Tegetthoff era all’avanguardia, le più deboli cannoniere e mercantili della 3ª Divisione formavano la retroguardia, mentre i vascelli potenti, ma privi di corazzatura, della 2ª Divisione al comando di von Petz, erano schierati al centro.
Il piano austriaco, a causa della relativamente scarsa potenza di fuoco delle navi, consisteva nello stringere rapidamente le distanze, far fuoco da posizione ravvicinata e speronare una piccola porzione della flotta italiana, dopo averla isolata dal resto della squadra, affondandola e demoralizzando gli italiani per costringerli alla ritirata. Oltre a ciò Tegetthoff aveva ordinato alle sue navi di utilizzare le artiglierie “per concentrazione”: tutte le artiglierie di una nave dovevano concentrare il fuoco su di un unico bersaglio invece di disperdere i colpi.
Al momento dell’arrivo dell’ “Esploratore”, la flotta italiana si ritrovava piuttosto dispersa per le operazioni di sbarco: la “Varese” e la “Terribile” erano impegnate nel cannoneggiamento di porto Comisa, la 1ª Squadra era tra Porto Carober e Porto San Giorgio, la 2ª Squadra, unitamente alla flottiglia di cannoniere, stava effettuando lo sbarco a Porto Carober, mentre la 3ª Squadra si trovava nelle acque antistanti Porto San Giorgio. La “Re di Portogallo” e la “Castelfidardo” erano afflitte da avarie alle macchine, mentre la “Formidabile”, pesantemente danneggiata, si trovava diverse miglia a ponente del resto della flotta, intenta a trasbordare i feriti sulla “Washington” e, dopo aver ultimato tale operazione, diresse per Ancona, dove giunse il 21 luglio, benché l’autorizzazione al rientro, chiesta dal comandante Saint-Bon all’ammiraglio Persano, non fosse stata concessa.
I piani originari di Persano prevedevano che la flotta si dividesse su tre colonne affiancate, ovvero la 3ª Squadra di Vacca, con 3 navi, la 2ª Divisione di Persano, con 5 navi, e la 3ª Divisione di Riboty, con 4 navi. Ciò non fu però possibile, dato che la “Formidabile” si era ritirata verso Ancona, la “Terribile” e la “Varese” erano a Porto Comisa ad una quindicina di chilometri di distanza e la “Re di Portogallo” non aveva ancora raggiunto il posto assegnato in formazione. La flotta italiana si dispose pertanto dapprima in linea di fronte e poi in linea di fila, con in testa le tre navi di Vacca (“Principe di Carignano”, “Castelfidardo” ed “Ancona”) seguite da quelle di Persano (“Re d’Italia”, “Palestro”, “San Martino”, più l’ “Affondatore” e, più indietro, dalla divisione di Riboty (“Re di Portogallo” e “Regina Maria Pia”).
Persano inviò il “Messaggiere” e la pirocorvetta a ruote “Guiscardo” ad ordinare a “Terribile” e “Varese” di unirsi alla 3ª Divisione. Tuttavia il comandante della “Terribile”, capitano di fregata Leopoldo De Cosa, si dimostrò molto riluttante a portare la sua nave al combattimento – cui infine non partecipò – e solo a fatica il comandante della “Varese”, capitano di fregata Luigi Fincati, riuscì ad ottenere l’autorizzazione di separarsi dalla “Terribile” e di portarsi avanti. Essendo la nave piuttosto lenta, comunque, la “Varese”, anche forzando le caldaie si sarebbe potuta infine accodare alla formazione solo una ventina di minuti dopo l’inizio del combattimento. Nel frattempo, la “Re di Portogallo” e la “Castelfidardo” vennero rimorchiate lontano dalla flotta per riparare le proprie avarie, dopo di che poterono unirsi alle altre corazzate.
Verso le 9.30, quando il fumo della flotta austriaca fu in vista, la “Varese” stava lentamente avvicinandosi al resto della squadra, mentre la “Re di Portogallo” e la “Castelfidardo”, riparate le avarie, avevano assunto la loro posizione nella formazione. La flotta italiana diresse quindi a bassa velocità verso quella di Tegetthoff: Persano, approfittando del vantaggio dato dalle proprie artiglierie, intendeva “tagliare la T” alle navi austriache. In teoria alle corazzate sarebbero dovute seguire le unità in legno di Albini, il quale, tuttavia, oltre a perdere tempo nel recupero delle lance usate per lo sbarco, fece procedere le proprie navi a bassa velocità, tanto da accrescere le distanze dal resto della flotta.
In totale gli italiani disponevano di 8 corazzate nella linea di battaglia, più la “Varese” in arrivo. Le navi di legno, riunite nella 2ª Squadra, erano molto arretrate rispetto alle corazzate. Le tre formazioni che componevano la linea delle corazzate procedevano però a velocità differenti: la 3ª Squadra avanzava infatti ad 11 nodi, la 2ª Divisione non poteva superare i 9 nodi a causa della lentezza della “Palestro”, il cui comandante, capitano di fregata Alfredo Cappellini, aveva ammassato una scorta supplementare di carbone in coperta e la 3ª Divisione procedeva ad otto nodi, a causa delle avarie che affliggevano la “Re di Portogallo”.
L’ “Affondatore” si trovava sul fianco estremo della 2ª Divisione, fuori dalla linea di combattimento: è possibile che Persano intendesse mantenerlo di rinforzo.
Prima della battaglia, alle dieci del mattino, Persano aumentò la confusione decidendo di trasferirsi, insieme a D’Amico ed ai suoi due aiutanti di bandiera, sull’ “Affondatore”. Causa l’inesperienza dell’equipaggio di quest’ultima nave e la sua scarsa manovrabilità, nell’operazione si persero dieci minuti, aprendo un varco nello schieramento tra la “Re d’Italia”, prima nave del secondo gruppo, e l’ “Ancona”, ultima del primo gruppo, varco del quale Tegetthoff approfittò poi per “tagliare la T” alla formazione italiana. All’apertura di tale varco, lungo oltre 1.500 metri, contribuì anche il fatto che il contrammiraglio Vacca, non tenendo conto della lentezza delle altre unità, continuò a procedere ad undici nodi.
Tra l’altro, nella fretta del momento, nè l’ “Affondatore” nè la “Re d’Italia” provvidero a recuperare la lancia usata per il trasbordo ed i suoi occupanti, che vennero raggiunti dalla pirocorvetta “Governolo” solo diverse ore più tardi, a battaglia finita!
Un altro problema era che, in condizioni di scarsa visibilità, l’insegna di ammiraglio comandante in capo – peraltro non particolarmente riconoscibile, essendo costituita dal tricolore italiano con l’aggiunta di sfere bianche nel campo verde – sulle alberature dell’ “Affondatore”, che erano più basse di quelle della “Re d’Italia”, ma anche più libere da vele, cordami e manovre, non era molto visibile. Va messo in evidenza che gran parte dei comandanti, e soprattutto i diretti sottoposti di Persano, Vacca ed Albini, si accorsero del trasbordo, ma preferirono ignorarlo e fingere di non averlo notato, per non dover eseguire gli ordini del comandante della flotta. Altri comandanti, non accorgendosi del trasbordo, che non era stato segnalato da Persano, continuarono a guardare alla “Re d’Italia” per ricevere ordini invece che all’ “Affondatore”.
Tegetthoff, vedendo aprirsi il varco tra la 3ª Squadra e la 2ª Divisione italiane, decise di emulare la tattica di Horatio Nelson nella battaglia di Trafalgar e ordinò alle corazzate di assumere una formazione di linea, forzando il varco per concentrarsi nel colpire d’infilata gli italiani. In tal modo Tegetthoff procedette al “taglio del T” della flotta italiana. Dopo le dieci frattanto, Persano, avvistate le navi austriache, ordinò di virare verso ovest, e successivamente, vedendo le unità di Tegetthoff dirigere su Porto San Giorgio, ordinò di virare a nord-est. Alle 10.43 del mattino le navi austriache ridussero le distanze dall’avanguardia italiana.
La “Principe di Carignano” fu la nave che sparò il primo colpo della battaglia di Lissa alle 10.45. Tra le 10.45 e le 11.00 le tre navi di Vacca doppiarono la direttrice di marcia ed iniziarono a sparare.
Nè la 2ª nè la 3ª Divisione italiane si unirono al fuoco, dato che Persano stava trasferendo il suo comando e non venne nessun ordine generale di fuoco contro la prima formazione di Tegetthoff, composta da sette unità corazzate. Il fuoco delle navi italiane cessò però quasi subito perchè ancora troppo lontane: le navi austriache risposero solo con i cannoni in caccia. Gli austriaci attraversarono la zona più pericolosa subendo alcuni gravi danni: la “Drache”, sull’estremità destra dell’ala della 1ª Divisione austriaca, venne colpita 17 volte da proiettili pesanti, perse l’albero maestro e rimase temporaneamente priva di propulsione. Un proiettile della “Principe di Carignano” decapitò il comandante della “Drache”, capitano di vascello Heinrich Freiherr von Moll, ma il comandante in seconda, Weyprecht, riportò la nave in combattimento. Mentre le pirofregate corazzate austriache “Kaiser Max”, “Salamander” e “Habsburg” aprivano a loro volta il fuoco come reazione, senza comunque ottenere risultati, la 3ª Squadra italiana iniziò un’ampia virata verso sinistra. Questa manovra, per come era intesa da Vacca, avrebbe dovuto portare le sue navi ad aggirare la formazione nemica e ad attaccare alle spalle le navi in legno austriache, portò invece le navi della 3ª Squadra italiana ad essere tagliate fuori dal combattimento, mentre le 7 corazzate austriache si scontrarono con le 4 italiane della 2ª Divisione, che si vennero così a trovare in inferiorità numerica.
Mentre l’ala sinistra austriaca, composta dalla “Habsburg”, dalla “Salamander” e dalla “Kaiser Max”, ingaggiava brevemente la 3ª Squadra italiana, l’ala destra, formata da “Juan de Austria”, “Drache” e “Prinz Eugen”, ingaggiò la 2ª Divisione italiana che, su ordine di Persano, aveva frattanto aperto il fuoco.
Approfittando della confusione che regnava nel gruppo italiano, von Petz, al comando del “Kaiser”, puntò con la sua 2ª Divisione sulla retroguardia italiana. Per bloccarlo Riboty fece accostare le sue navi a sinistra, staccandosi dal gruppo centrale. Le navi in legno della 2ª Divisione austriaca, prive di corazzatura, affrontarono quindi le moderne corazzate italiane armate di cannoni pesanti, ma nonostante le perdite subite mantennero la formazione. La fregata ad elica “Novara” venne colpita 47 volte ed il suo capitano, von Klint, rimase ucciso. La “Erzherzog Friedrich” fu colpita da un proiettile della “Re di Portogallo” sotto la linea di galleggiamento, imbarcando una notevole quantità d’acqua, ma riuscì a restare a galla, mentre la “Schwarzenberg” venne colpita dal pesante fuoco italiano ed andò alla deriva.
In conseguenza di queste manovre non previste, il gruppo delle tre navi centrali della prima squadra italiana (“Re d’Italia”, “Palestro” e “San Martino”) rimase isolato dal resto della flotta. Tegetthoff ordinò quindi alle sue corazzate di concentrare l’attacco su di esse. Da questo momento la battaglia si frammentò in una serie di confusi scontri secondari, in cui le unità italiane si ritrovarono in condizioni d’inferiorità numerica. Tegetthoff lanciò le sue 7 corazzate contro le navi della 2ª Divisione, che vedeva l’ “Affondatore” defilato sulla sinistra, con l’intento di speronarle, ma le unità italiane accostarono di 90° e defilarono di controbordo, evitando così la collisione. Le navi austriache invertirono la rotta e ritentarono lo speronamento, di nuovo con esito negativo a causa della contromanovra italiana. Contemporaneamente a ciò, le navi di von Petz poggiarono a dritta, continuando il fuoco contro le unità italiane e tentando di prendere contatto con la 2ª Squadra di Albini, che tuttavia restava a grande distanza, disinteressandosi del combattimento. La “Principe di Carignano” e la “Castelfidardo” ebbero un intenso scambio di colpi con le pirofregate in legno “Donau”, “Radetzky” e “Schwarzenberg”, che le navi di Vacca avevano attaccato e che risposero con tiro concentrato sulle due unità italiane.
Persano si gettò nella battaglia, decidendo di speronare la nave ad elica non corazzata “Kaiser”, piuttosto che una delle navi corazzate ingaggiate dalla 2ª Divisione italiana e molto più vicine a lui. La “Kaiser” riuscì però a evitare la manovra nemica pur subendo gravi danni in conseguenza del tiro dell’ “Affondatore” essendo l’unità italiana una nave poco manovriera. La visibilità andò sempre più deteriorandosi sia a causa delle condizioni meteorologiche in peggioramento, sia a causa del fumo originato dagli apparati motori delle navi e dalle salve d’artiglieria.
Nel frattempo anche la 3ª Divisione di Riboty si ritrovò nel vivo dello scontro. Prendendo esempio dal suo ammiraglio, il comandante della “Re di Portogallo” tentò a sua volta di speronare la “Kaiser”, mantenendo durante il tentativo un fuoco costante con i suoi cannoni a canna rigata. All’ultimo momento Petz capovolse la situazione e virò per eseguire un contro-speronamento. Le due navi si strisciarono lungo la murata di sinistra, ma l’impatto spezzò la prua e l’albero di bompresso della “Kaiser”, lasciando la sua polena – una statua lignea che riproduceva l’Imperatore Franz Joseph – conficcata nella “Re di Portogallo”. La “Re di Portogallo” sfruttò quest’opportunità per colpire d’infilata la “Kaiser” con i cannoni, eseguendo una bordata con un pezzo da 250 millimetri e tredici da 160, che abbatté l’albero maestro ed il fumaiolo della nave avversaria, provocando numerosi morti e feriti nonché un incendio a bordo. Il fumo fu così denso che, arretrando per un altro tentativo di speronamento, i due contendenti si persero di vista a vicenda ed il duello fra le due navi terminò così.
L’ “Affondatore” avvistò nuovamente la “Kaiser”, che stava ritirandosi a bassa velocità in quanto il tiraggio era diminuito a causa della perdita del fumaiolo, assistita dalla pirocorvetta “Erzherzog Friedrich” e manovrò per speronarla ed affondarla, ma a quel punto si misero in evidenza tutti i difetti del posto di comando corazzato che era presente sull’ “Affondatore”: l’ammiraglio Persano infatti, che guardava dalla feritoia centrale prodiera, ordinò “alla via” per speronare la “Kaiser”, ma il capo di stato maggiore D’Amico, che osservava dalla feritoia a destra di quella di Persano, vide l’ “Erzherzog Friedrich” e, scambiandola per una corazzata che stava per speronare l’ “Affondatore”, ordinò “barra tutta a dritta”, mentre il comandante dell’ “Affondatore” Martini, che si trovava alla feritoia a sinistra dell’ammiraglio, ordinò “barra tutta a sinistra”. Il timoniere, non sapendo a chi dare retta, tenne la barra in mezzo facendo accostare in fuori l’ “Affondatore”, che non potè così eseguire lo speronamento, pur avendo ormai serrato le distanze ad appena duecento metri, tanto che a bordo della “Kaiser” i fanti di marina si disposero lungo la murata pronti a lanciare nel fumaiolo dell’ “Affondatore”, non appena fosse giunto a tiro, dei sacchetti di polvere da sparo.
La “Palestro”, a causa della sua bassa velocità, rimase presto separata dalle altre unità italiane; mentre tentava di ricongiungersi con la “Re d’Italia”, la cannoniera fu assalita da cinque navi nemiche e cioè da quattro corazzate e dalla fregata in legno “Novara”. La “Erzherzog Ferdinand Max” tentò di speronare la “Palestro”, ma la contromanovra di quest’ultima ridusse la collisione ad un impatto di scarsa violenza, nel quale la nave italiana subì l’abbattimento dell’alberetto di mezzana e la conseguente cattura, vanamente ostacolata dai fucilieri della “Palestro”, di una delle bandiere di combattimento dell’unità, precipitata sulla prua dell’unità austriaca insieme ai resti dell’alberetto.
La “Re d’Italia”, nel frattempo, si ritrovò pressoché circondata dalle pirofregate corazzate austriache “Drache”, “Don Juan de Austria”, “Salamander” e “Kaiser Max”, l’ultima delle quali cercò di speronare la nave italiana che tuttavia riuscì ad evitare la collisione. Mentre le due navi defilavano controbordo, entrambe si spararono reciprocamente una bordata ed una cannonata della “Kaiser Max” colpì lo scafo della “Re d’Italia”. L’evento decisivo avvenne poco dopo, mentre le due unità accostavano ad allargare: la nave austriaca, che aveva iniziato a prendere di mira soprattutto la poppa della “Re d’Italia”, esplose due bordate, la prima delle quali causò un incendio negli alloggi dell’ammiraglio, mentre la seconda pose fuori uso il timone e ne troncò gli organi di collegamento con il ponte di comando, senza possibilità di rimedio.
Inizialmente a bordo della “Re d’Italia” non ci si rese conto dell’estrema gravità del danno, che si evidenziò poco dopo quando il comandante della nave, capitano di vascello Emilio Faà di Bruno, ferito ad una gamba, ordinò la messa del timone alla banda per allontanarsi: non riuscendo ad eseguire alcuna manovra, il comandante ordinò “indietro tutta”, ottenendo però l’unico risultato di eliminare la spinta fornita dall’abbrivio, immobilizzando così del tutto la “Re d’Italia”. A quel punto sopraggiunse la “Erzherzog Ferdinand Max”. Trovandosi di fronte l’unità italiana immobilizzata, il comandante Maximilian Daublebsky von Sterneck, arrampicatosi sulle paratie per avere una migliore visuale, ordinò al timoniere Vincenzo Vianello di Pellestrina, successivamente insignito per il suo comportamento nella battaglia dalla “Tapferkeitsmedaille in Gold” (“Medaglia al coraggio in oro”), di manovrare a tutta velocità, e cioè a 11,5 nodi, per speronarla. Lo sperone della “Ferdinand Max” sfondò lo scafo non protetto della “Re d’Italia”, in quanto la corazzatura, che terminava poco al disotto della linea di galleggiamento, finiva più in alto del settore colpito, dove non vi era che lo scafo in legno, aprendovi uno squarcio di 15 m² che risultò fatale. In non più di due o tre minuti la pirofregata italiana si appruò, sbandando fortemente dapprima sulla dritta per il contraccolpo e quindi sul lato sinistro dove c’era la falla, si capovolse e s’inabissò alle 11.30, trascinando con sè la maggior parte dell’equipaggio.
Poco dopo sopraggiunse l’avviso austriaco “Kaiserin Elizabeth”, che iniziò il recupero dei superstiti della “Re d’Italia”, ma fu oggetto delle bordate della “San Martino” e della “Palestro”, interrompendo la propria opera di soccorso dopo essere stato colpito quattro volte. Dell’equipaggio della “Re d’Italia” morirono 27 ufficiali e 364 tra sottufficiali e marinai, mentre i sopravvissuti furono 167: cadde anche il comandante Faà di Bruno.
Dopo aver eluso un altro tentativo di speronamento da parte della “Ferdinand Max”, la “Palestro” fu seriamente danneggiata dal tiro dei cannoni della “Novara” e quindi circondata da 3 unità corazzate, tra cui la “Drache”. La cannoniera italiana uscì malconcia dallo scontro con l’unità nemica, molto meglio armata con 14 cannoni su ciascun lato, contro i due soli della “Palestro”. La corazzatura della nave italiana non venne particolarmente danneggiata, ma subirono pesanti danni tutte le zone non protette ed in particolare la poppa, ove erano state ammassate una ventina di tonnellate di carbone e dove si sviluppò un principio d’incendio. L’equipaggio, resosi tardivamente conto del pericolo, allagò il deposito munizioni poppiero, minacciato dalle fiamme, mentre da bordo della “Novara” venivano lanciate sulla coperta della “Palestro” bombe a mano e materiale incendiario.
La nave italiana, incendiata e non più in condizione di combattere, cercò di allontanarsi inseguita dalla “Drache”, ma l’unità austriaca fu fermata dall’ “Affondatore”, che s’interpose tra le due navi e manovrò per speronare la “Drache”, obbligandola a rinunciare all’inseguimento. Dopo questo scontro la cannoniera italiana riuscì a spezzare l’accerchiamento e rimase da sola, vagando in fiamme tra le due flotte, con l’equipaggio impegnato nel tentativo di domare l’incendio.
Nel frattempo il comandante dell’ “Ancona”, capitano di vascello Piola-Caselli, aveva deciso di impegnare le unità nemiche, pertanto, abbandonato il gruppo Vacca, portò la sua nave nel pieno della battaglia, cercando di portare soccorso alla “Re d’Italia”. Avvistata la pirofregata corazzata austriaca “Erzherzog Ferdinand Max”, nave ammiraglia di Tegetthoff, che aveva appena speronato ed affondato la “Re d’Italia”, Piola-Caselli tentò a sua volta di speronare l’unità nemica, senza riuscirci, poi aprì il fuoco esplodendo una bordata a bruciapelo che tuttavia non ebbe alcun effetto perché il capo cannoniere, troppo eccitato, aveva dato l’ordine di fare fuoco anzitempo ed i cannonieri caricarono i cannoni con la polvere e tirarono senza aver inserito i proiettili in canna ottenendo in sostanza lo stesso risultato di un tiro a salve!!!
L’ “Ancona” diresse quindi per raggiungere la “Re di Portogallo” e arrivò sul posto contemporaneamente alla “Varese”: solo in quel momento della battaglia, la cannoniera era riuscita a raggiungere il resto delle corazzate. A causa del fumo che avviluppava la zona del combattimento, le due unità italiane entrarono in collisione, anche se lo scontro non produsse danni gravi.
La “San Martino”, unica unità rimasta della 2ª Divisione, fu raggiunta dalla “Regina Maria Pia” e dalla “Re di Portogallo”, ma le tre navi vennero poi assalite e circondate da un preponderante numero di unità nemiche. Pur a prezzo di gravi danni, il comandante Roberti della “San Martino” riuscì, con un’abile manovra, a sottrarre la propria nave all’accerchiamento ed a condurla in salvo. Anche la “Re di Portogallo” venne circondata da quattro navi austriache, due unità corazzate e due fregate in legno, ma Riboty riuscì abilmente, come riconosciuto dagli stessi avversari, a uscirne pur riportando seri danni nel duro combattimento. La “Regina Maria Pia” si ritrovò circondata da tre pirocorvette corazzate austriache, la “Salamander”, la “Prinz Eugen” e la “Don Juan de Austria”. Per liberarsi dall’accerchiamento, il comandante Del Carretto simulò un tentativo di speronamento nei confronti della “Prinz Eugen”, che dovette contromanovrare, dopo di che si infilò nel varco così apertosi, riuscendo ad allontanarsi.
Mentre la “Regina Maria Pia” e la “Prinz Eugen” defilavano controbordo, bersagliandosi reciprocamente con il tiro dei cannoni e dei moschetti, il comandante Del Carretto ed il comandante della “Prinz Eugen”, capitano di vascello Alfred Barry, si salutarono con reciproca levata di cappello.
Verso mezzogiorno la maggior parte delle corazzate italiane (“Re di Portogallo”, “Regina Maria Pia”, “San Martino”, “Varese” e “Ancona”), rotto l’accerchiamento, riuscì a radunarsi, venendo raggiunta alle spalle dalla 3ª Squadra di Vacca, il quale assunse temporaneamente il comando. Anche la “Terribile”, dopo essersi unita alla 2ª Squadra, si trovava nelle vicinanze.
Su iniziativa dei loro comandanti la “Principe Umberto” e la “Governolo” avevano lasciato il loro posto nella 2ª Squadra per accorrere in aiuto delle corazzate: la “Principe Umberto”, giunta a circa 800 metri di distanza dalle navi avversarie, aprì il fuoco, ma venne attaccata dalle pirocorvette corazzate austriache “Prinz Eugen” e “Salamander”, rischiando di avere la peggio: le due unità nemiche cercarono di manovrare per isolare la pirofregata, che riportò danni alle alberature e venne salvata dall’intervento della pirofregata corazzata italiana “Regina Maria Pia”, che manovrò per speronare le due unità nemiche. Anche la “Governolo”, a sua volta attaccata da “Prinz Eugen” e “Salamander”, fu salvata dalla “Regina Maria Pia”. Fallito così il tentativo di accorrere in aiuto delle navi di Persano, le due pirofregate vennero quindi richiamate dall’ammiraglio Albini, che evidenziò l’ordine con una cannonata. La “Regina Maria Pia”, dopo aver aperto il fuoco di fucileria contro la “Prinz Eugen” e la “Salamander”, infine si diresse per aggregarsi alla 3ª Squadra, finendo però con l’essere accidentalmente speronata dalla “San Martino”, pur non riportando danni gravi.
Durante la manovra di ricongiungimento con la 2ª Squadra, la “Principe Umberto” capitò nel punto in cui era affondata la “Re d’Italia”, procedendo così al recupero di 116 dei 167 sopravvissuti all’affondamento. Ai soccorsi partecipò anche il “Messaggiere”.
Alle 12.10 Tegetthoff segnalò alle altre navi di riunirsi e la flotta austriaca fece rotta su Porto San Giorgio dopo essere stata suddivisa in due file, in modo da coprire il “Kaiser”, che, dopo lo scontro con il “Re di Portogallo”, essendosi liberato del “Regina Maria Pia”, stava lentamente rientrando in porto con l’assistenza del “Reka”. La 2ª Squadra a questo punto si venne a trovare in una posizione favorevole per intervenire, potendo sia intercettare il “Kaiser”, sia impegnare le navi di Tegetthoff, trattenendole in modo da permettere alle corazzate italiane, più lente, di raggiungerle.

Albini, tuttavia, rimase ancora inattivo, così come tutte le sue navi, eccetto il citato tentativo di “Principe Umberto” e “Governolo”.
Le uniche corazzate non aggregate al gruppo di Vacca erano il “Palestro” e l’ “Affondatore”. Il primo, in fiamme, tentò di ripiegare ma fu inseguito dal “Drache”: l’intervento dell’ “Affondatore”, che s’interpose tra le due navi e manovrò per speronare il “Drache”, obbligò quest’ultimo a rinunciare all’inseguimento.

L’ “Affondatore” affiancò poi temporaneamente il “Palestro”, poi si allontanò, mentre altre due unità italiane, il “Governolo” ed il trasporto a ruote “Indipendenza”, si avvicinarono alla cannoniera per fornirle assistenza ed eventualmente recuperare l’equipaggio, ove si fosse reso necessario l’abbandono della nave.
Intorno alle 13.00 la pirofregata corazzata austriaca “Kaiser Max”, su ordine di Tegetthoff, tentò di attaccare il “Palestro” e le due unità soccorritrici, ma un nuovo intervento dell’ “Affondatore” salvò le tre unità dall’attacco austriaco.
Il contrammiraglio Vacca, nel frattempo, fece disporre le corazzate in linea di fila e diresse a bassa velocità verso la flotta austriaca. Ad un certo punto, tuttavia, il “Principe di Carignano” invertì la rotta ed iniziò ad allontanarsi dal campo di battaglia, imitato poi da tutte le altre navi. Sopraggiunse quindi l’ “Affondatore”, con a bordo l’ammiraglio Persano, che diresse verso la flotta austriaca ed ordinò a Vacca ed alle altre corazzate di attaccare, sottolineando che “ogni bastimento che non combatte non è al suo posto”. Tuttavia solo il “Re di Portogallo” eseguì tale ordine, rientrando però nei ranghi quando il comandante Riboty, vedendo che era l’unico ad eseguire tale manovra, ritenne di essere in errore. Solo l’ “Affondatore”, procedendo verso la flotta austriaca, sparò inutilmente un singolo colpo da eccessiva distanza, per poi rinunciare al contrattacco.
Prima delle 14.00 il “Kaiser” fece il suo ingresso a Porto San Giorgio, seguito, nel giro di un’ora, dal resto della flotta, per ultimo l’ “Erzherzog Ferdinand Max”.
Persano ordinò al comandante Cappellini del “Palestro” di abbandonare la nave, ormai completamente in fiamme, ma questi, ancora fiducioso nelle possibilità di salvataggio della sua unità, volle restare a bordo insieme all’equipaggio, limitandosi a trasbordare i feriti sul “Governolo” e tentando di farsi rimorchiare da quest’ultimo, manovra che, con la messa della prua al vento, avrebbe anche favorito la circoscrizione dell’incendio.
Il primo tentativo di rimorchio, tuttavia, fallì perchè i cavi si spezzarono non appena il “Governolo” ebbe messo in moto. Mentre venivano predisposti nuovi cavi, le fiamme alimentate da una corrente d’aria prodotta da una manica a vento divelta da una cannonata raggiunsero il deposito munizioni. Subito dopo che Cappellini, spinto dai propri ufficiali, si decise di impartire l’ordine di abbandono della nave, il “Palestro” saltò in aria, poco prima delle 14.30. Nell’esplosione e nell’affondamento morirono il comandante Cappellini, 19 ufficiali e 193 tra sottufficiali e marinai, mentre solo 23 uomini (il tenente di vascello Fabrizio Fabrizi, unico ufficiale superstite, due timonieri, il cuoco e 19 marinai che si trovavano a prua intenti a preparare i cavi di rimorchio) poterono essere tratti in salvo. A recuperare i naufraghi furono il “Governolo”, il “Guiscardo” e il “Washington”.
La flotta italiana rimase ad incrociare sul posto sino a sera, in quanto Persano inizialmente aveva pensato di riunire la flotta e tornare all’attacco, provvedendo al salvataggio dei naufraghi, dopo di che, alle 22.30, valutato lo stato degli equipaggi, stanchi e demoralizzati, considerato che diverse navi avevano subito gravi danni o quasi esaurito le scorte di munizioni (ad esempio, il “Principe di Carignano” aveva consumato tutta la scorta di proiettili da 200 millimetri e carbone) ordinò infine di rientrare ad Ancona. Le caldaie del “Varese” andarono in avaria, obbligando a prenderlo a rimorchio. Lasciata indietro dal resto della squadra, la nave rientrò scortata dalla pirofregata a ruote “Governolo”. Le cannoniere della flottiglia Sandri rimasero immobilizzate per l’esaurimento del carbone, dovendo essere rimorchiate in porto da altre unità (il “Guiscardo” rimorchiò a Manfredonia il “Montebello” ed il “Giglio”, mentre il “Washington” rimorchiò in quello stesso porto il “Confidenza”.
In totale furono sparati 4.456 colpi dalla flotta austriaca, anche se non è noto il numero dei colpi che andarono a segno, mentre la flotta italiana sparò solo 1.452 colpi, 412 dei quali andarono a segno. Le navi corazzate austriache furono danneggiate praticamente solo dai cannoni Armstrong da 150 e 300 libbre, mentre i cannoni da 80 libbre non riuscirono a perforare le corazze delle navi austriache, sebbene fossero andati a segno molti colpi. Le navi italiane furono danneggiate dalle artiglierie soprattutto nelle parti non corazzate, come il “Re di Portogallo” che ebbe grossi danni a prua, in coperta e sulla murata. Molto efficace fu il tiro convergente delle artiglierie austriache che, concentrando il fuoco su un unico punto, permise il danneggiamento del timone del “Re d’Italia”.
Le granate austriache provocarono un certo numero di incendi sulle navi italiane, particolarmente disastroso fu quello del “Palestro” che, colpito d’infilata da una fregata austriaca, vide incendiarsi il carbone incautamente ammassato nel quadrato ufficiali. I danni da granate sulle navi austriache si limitarono ad un incendio sulla fregata in legno “Adria”.
Con due navi corazzate affondate, gli italiani si ritirarono, sebbene vi furono ancora scambi di colpi di artiglieria a lunga distanza per alcune ore. Persano ritornò ad Ancona annunciando una grande vittoria e favorendo inizialmente molti festeggiamenti fino a quando i risultati reali della battaglia non vennero pubblicati: la flotta austriaca lamentava 38 morti, 138 feriti e nessuna unità persa in combattimento, mentre quella italiana sopportava il pesante bilancio di 620 morti, 161 feriti e l’affondamento di due unità corazzate, il “Re d’Italia” e il “Palestro”.
I giornali italiani avevano descritto la battaglia di Lissa come una grande vittoria ed avevano affermato che il “Kaiser” era stato affondato. Per dimostrare che la notizia era falsa, appena ritornato a Pola, Tegetthoff invitò autorità e giornalisti ad una festa a bordo del “Kaiser“. L’amministrazione asburgica tuttavia non ritenne però ammissibili le spese… e Tegetthoff pagò la festa di tasca propria.
Due settimane dopo Lissa, il 6 agosto 1866, l’ “inaffondabile” “Affondatore“, già pesantemente danneggiato dalle cannonate austriache, fu investito da un violento fortunale e affondò nella rada di Ancona.
Nell’ottobre 1866 ebbe inizio il processo contro l’ammiraglio Persano da parte del Senato del Regno, riunito in Alta Corte di Giustizia: essendo anche senatore, l’ammiraglio era infatti sottratto alla giurisdizione militare.
Nell’aprile 1867 furono letti a Persano i capi d’accusa: alto tradimento, viltà di fronte al nemico, imperizia, negligenza e disobbedienza. Il 15 aprile 1867 Persano, giudicato colpevole di imperizia, negligenza e disobbedienza, venne privato del grado – e successivamente anche della pensione – e condannato al pagamento delle spese processuali. Nel luglio 1867 ebbe luogo l’unico altro processo legato a Lissa, contro il comandante Leopoldo De Cosa della nave “Terribile” il quale, nonostante la sua inazione nella battaglia, fu assolto. Gli ammiragli Vacca ed Albini non furono sottoposti a giudizio, ma le loro carriere terminarono subito dopo Lissa: il viceammiraglio Giovan Battista Albini fu posto a riposo d’ufficio nell’ottobre 1867, ed il contrammiraglio Giovanni Vacca subì analoga sorte nel corso dello stesso anno, adducendo nel suo caso a motivo l’anzianità di servizio e ragioni di età.
Col passare degli anni la battaglia di Lissa è stata interpretata in modo molto difforme dalle varie storiografie nazionali. L’eco della battaglia di Lissa fu molto ampio: mentre nei territori dell’Impero Austriaco si glorificò giustamente la grande vittoria, in Italia con l’andare del tempo si cercò di sminuirla, giungendo anche a trattare l’evento in modo sprezzante, affermando addirittura che le forze austriache fossero preponderanti rispetto a quelle italiane.
Un monumento alla memoria dei caduti di parte austriaca – opera dello scultore triestino Leone Battinelli – venne innalzato nel 1867 nel cimitero di Lissa, rappresentante, al di sopra di un alto basamento, un leone coricato morente, che stringe fra le zampe una bandiera. Sui lati del basamento vennero scolpiti i nomi dei caduti.
Alla morte di Tegetthoff, monumenti in suo onore vennero innalzati a Vienna, Marburg (la sua città natale, oggi Maribor in Slovenia) e Pola, principale base navale militare della duplice monarchia asburgica. A tutti i reduci della battaglia fu donato un appezzamento di terra in un piccolo villaggio sulle montagne della Transilvania, in una zona molto amata dall’Imperatrice Elisabetta d’Austria, che porta ancora il nome di Lisa in rumeno e Lissa in tedesco nel distretto di Braşov.
Al termine della prima guerra mondiale, le truppe italiane presero possesso delle terre della Dalmazia promesse col Patto di Londra, fra le quali anche l’isola di Lissa. Il monumento austro-ungarico ai caduti della battaglia venne allora modificato con l’aggiunta di due placche: “Italia vincitrice” e “Novembre 1918” capovolgendo così assai disinvoltamente l’esito della battaglia, che rimane una grande vittoria della k.k. Kriegsmarine.